Il confine del bosco (blue dream)

scritto da Autore anonimo
Scritto Ieri • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Autore anonimo
Autore del testo Autore anonimo
L'autore di questo testo si è reso temporaneamente anonimo. Se aggiungi un commento o spunti l'opzione per seguirli verrai avvisato quando l'autore sarà rivelato.
Immagine di Autore anonimo
Un gioco di specchi tra realtà e immaginario in cui frammenti si ricompongono in una storia sospesa tra realtà e immaginazione. Uccidendo i fantasmi. .
- Nota dell'autore Autore anonimo

Testo: Il confine del bosco (blue dream)
di Autore anonimo

il confine del bosco
       (blue dream)


                       cksf
 M       olte

   volte accade che avvenimenti importanti
della nostra vita vengano messi in moto e si
realizzino a partire da un qualcosa di assai
piccolo, quasi un dettaglio apparentemente
senza importanza, ed arrivino poi a lasciare
traccia indelebile dentro il nostro animo.
Segnando così uno di quei confini esistenziali
che ci costruiscono nel tempo per quello che,nel
bene e nel male, siamo nell’attimo presente.
Quasi che il caso, il destino o il caos,
chiamatelo come preferite, riaffermi in questo
modo la sua supremazia sull’arrogante
supponenza degli umani, richiamandoli ad un
atto di umiltà nei confronti di quell’Universo di
cui sono una semplice e forse insignificante
particella.


  La tenuta giaceva al limite occidentale del
  villaggio di C* come una presenza
  consolidata da lunghissimo tempo, al punto
  che, se anche possedeva un nome, per gli
  abitanti del luogo era solo, per l’appunto,
  “La tenuta”. Le due grandi finestre sul
  fondo della casa padronale si aprivano
  verso i campi, silenziose osservatrici degli
  interminabili    cicli  naturali    che   si
  svolgevano all’esterno, testimoniati dal
 mutare di quel confine boscoso che aveva
inizio oltre il terreno aperto.          Dietro
quelle finestre, chino alla scrivania,
sedeva, impegnato a districare documenti,
carte e conti, L.M.* , erede e proprietario
di quelle terre.       Divenuto proprietario
senza poter scegliere, ché, a quei tempi, di
scelte non si poteva certo discutere, aveva
ereditato, oltre alla proprietà, l’onere
infinitamente      monotono        della     sua
amministrazione.        In sé la cosa avrebbe
anche potuto essere da lui vissuta con
meno tedio, se non lo avesse vincolato a
quel luogo in modo irreversibile.         Il suo
spirito, naturalmente curioso ed aperto al
mondo, si trovava rinchiuso nelle sbarre di
una comunità rurale innocentemente
ignorante ed ottusa ove tutto ruotava
attorno al lavoro, all’utile. Unico svago di
quel nucleo umano le prediche domenicali
del pastore nella chiesa del villaggio. Ma,
a    fianco     della   religione      ufficiale,
sopravviveva, in modo diffuso, un misto di
credenze retaggio di un passato ancestrale
confusamente percepito            che,       mal
amalgamato con la versione di Cristo data
dai suoi rappresentanti,       sfociava nella
più solida superstizione.


Il 22 agosto del 18… L.M., forse complice
l’afa estiva, più insoddisfatto e svagato del
 solito, si sentiva maggiormente aperto ad
un qualcosa che non sapeva ancora definire
ma che si aspettava accadesse.           Si
domandò quanto quella sua inquietudine
fosse colpevole, arrivando quasi a pensarla
come una stortura del proprio carattere,
una malattia innominabile per cui provare
vergogna. Cercando di vedersi con uno
sguardo esterno doveva ammettere che
quel suo ricorrente stato d’animo non
poteva essere motivato.             Era un
privilegiato, proprietario di terre che gli
garantivano una buona rendita ed una
vita agiata, era sposato ad una donna di
cui non poteva certo lamentarsi, se non del
fatto che fosse troppo concreta, una virtù
che molti avrebbero invece apprezzato …
Eppure, nonostante tutto, sotto una
superficie in apparenza calma e tranquilla
si muoveva un mare agitato, se non
tempestoso.

Quasi a voler cercare un varco da cui far
uscire tutto ciò che lo scuoteva, attraversò
lo studio ed andò ad una delle due grandi
ed alte finestre. La aprì ed aspirò l’aria che
entrava nella stanza, carica di sentori
naturali. In silenzio fece vagare lo sguardo
sul paesaggio esterno, senza osservare o
scrutare, semplicemente aprendosi al
respiro di una indicibile realtà in cui si
sentiva immerso.       Dopo qualche minuto
trascorso in quello stato interiore riprese il
corso dei propri pensieri, dicendosi che,
dopotutto, la felicità esisteva, anche se era
 fatta solo di attimi che, a saperli cogliere,
si palesavano a sprazzi. Mentre inseguiva
quel ragionamento, però, il suo sguardo,
ancora autonomo rispetto ai pensieri, colse
un movimento al limite del bosco, un
muoversi di fronde, un istante reale che,
stimolando la sua curiosità, focalizzò
nuovamente i suoi occhi, questa volta con
un preciso obiettivo.

Come un lume in lontananza che forza il
buio della notte ed all’improvviso diventa il
centro di tutta l’immagine, qualcosa di
fulvo apparve in mezzo al verde, così
vivido ed intenso da apparire, per
contrasto, come un piccolo sole.           La
mano, senza che lui           distogliesse lo
sguardo, andò al piano dello scrittoio
afferrando il cannocchiale. Ingrandita
dalle lenti quella macchia di colore si rivelò
per quello che era. Un animale, uno
splendido esemplare di femmina di cervo.
Elegante e maestosa, vagava al margine
del bosco brucando l’erba, a tratti
sollevando il collo ed il capo, controllando
lo spazio circostante in modo guardingo
ma assolutamente quieto.

La decisione dell’uomo, se decisione
possiamo chiamarla, fu quasi immediata.
 Uscire ed andare a vedere il più vicino
possibile. Si mosse lentamente, sottovento
per non farsi fiutare, nel tentativo di non
inquietare la cerva, facendola fuggire.
La fortuna o il caso lo condussero a pochi
passi da lei, che gli dava le spalle, mentre
era china sull’erba.       Lui si arrestò,
completamente immobile se non per il
respiro che tentava di regolare in modo da
renderlo più profondo e silenzioso possibile.

Un minuto dopo, come se avesse percepito
la sua presenza, la cerva, con un
movimento flessuoso proprio solo degli
animali, abbandonata l’erba, rialzò il collo,
girando il muso e guardandolo fisso. I due
grandi e liquidi occhi scuri studiarono
l’uomo con uno sguardo così profondo che
gli provocò un brivido.        Poi, con un
movimento senza soluzione di continuità, la
cerva si girò e le zampe sottili mossero un
passo. Verso di lui. Si fermò qualche
secondo. Poi mossi ancora due passi, dopo
un’altra brevissima sosta, si avviò nella sua
direzione. L’uomo non si era mai riscosso
dalla sua immobilità, ora dettata
dall’emozione, Fissò i propri occhi in quelli
di lei e qualcosa accadde. Non avrebbe
saputo descriverlo a parole ma, in un modo
arcaico e dimenticato, si parlarono senza
incrinare il silenzio che li circondava. La
cerva si mosse ancora ed appoggiò il fianco
contro di lui. Allora osò l’impensabile.
Allungò la mano sul collo dell’animale,
all’altezza della giugulare. Sotto il pelame
 sentì il battito del cuore. Batteva
all’unisono con il suo. Durò un minuto,
forse due, dopodiché la cerva sembrò
scuotersi    e,    distaccatasi,    si    girò,
allontanandosi. Prima di sparire nel bosco
si voltò ancora per guardarlo poi, con un
balzo, scomparve, lasciandolo solo. Quello
fu l’inizio.  Da quel giorno pareva aver
trovato un motivo, uno stimolo e ogni
mattina abbandonava il letto coniugale
per uscire sul far dell’alba, recandosi al
limite tra campi e bosco.         Talvolta la
cerva non arrivava ma, più spesso, si
presentava all’appuntamento ed iniziò a
comportarsi come un animale domestico.
Compivano lunghe passeggiate fianco a
fianco, in un silenzio totale fino a quando
la selva boscosa tornava a reclamare
quella sua figlia. Lui finiva con il rientrare
nella propria quotidianità, ma con una
nuova serenità di spirito, forse mai
conosciuta prima.


In breve divenne una sorta di passione
segreta, un momento esclusivamente suo,
gelosamente custodito e difeso nei profondi
recessi della caverna di un cuore che era
tornato ad aprirsi. Ma i segreti, anche
quelli più protetti, sono destinati, prima o
 poi, ad essere scoperti, ed anche il suo non
fece eccezione. Quel lento e silenzioso
abbandonare il letto coniugale sul fare
dell’alba, a forza di ripetersi, finì con il
generare vaghi interrogativi nella mente di
sua moglie. Le donne posseggono questa
innata capacità di recepire segnali anche
da minimi particolari, da insignificanti
frammenti cui un uomo, se mai li
percepisse, non darebbe importanza
alcuna. E quel suo insolito comportamento
diede il via alla ricerca di una causa che,
partendo dall’idea che vi fossero gravi
problemi per quanto riguardava la tenuta,
giunse alla preoccupazione per la salute
mentale dell’uomo che lei aveva scelto di
sposare. In più, come un flebile rigagnolo
sotterraneo,        iniziò    a       covare,
inconsapevolmente, anche il tarlo della
gelosia. Logicamente, al marito, lei non
domandò mai nulla e neppure accennò
qualcosa       in proposito,ma proseguì a
nutrire      il proprio disagio, ponendo
un’attenzione maniacale a qualsiasi
dettaglio che potesse squarciare il velo
dietro il quale si nascondeva la ragione del
misterioso comportamento del suo sposo.
Ed altrettanto non riuscì mai a spiarlo nei
suoi movimenti, nel timore di essere a sua
volta scoperta senza poter accampare
giustificazioni credibili. In questo modo,
però, la pressione si rese insopportabile,
sfociando in una ossessione.
 Priva di amiche degne di questo nome in
cui poter riporre la propria fiducia,
temendo lo scandalo, finì con il rivolgersi
alla donna che più le stava accanto e
riversò i suoi timori ed interrogativi nel
grembiule della propria cameriera che era
anche colei che riordinava lo studio del
marito. Questa, che aveva già da tempo
notato, scrutato e registrato ogni cosa, le
raccontò, con un sottile compiacimento,
della bizzarrìa di quel padrone ai suoi
occhi colpevole, assieme alla donna che
aveva sposato, semplicemente di essere il
padrone. Non prepotente o tirannico e
nemmeno ingiusto, anzi corretto e
generoso, ma comunque ingiustamente
posto dalla vita in quella posizione, agli
occhi di una cameriera, assolutamente
immeritata.
La rivelazione che suo marito si alzava
ogni mattina per andare a passeggiare con
un animale selvatico colpì la giovane
donna per la palese assurdità …


La chiesa di C* sorgeva nella piccola
piazza centrale dove, la domenica, prima
della funzione,     si riuniva tutta la
 popolazione, e qui, sostando davanti alle
vecchie pietre della casa di Dio, si
scambiavano notizie, informazioni, si
facevano affari e circolavano pettegolezzi
sempre uguali. Anche quella domenica non
sembrava scostarsi dalle altre, come per
rassicurare      tutta      una      comunità
dell’assoluta improbabilità di un qualsiasi
cambiamento.          Quando fu il momento
L.M:*, come tutti, entrò nell’edificio,
percorrendo il tragitto sino al banco nella
prima fila, riservato alla propria famiglia.
Era solo, dato che moglie e figli erano in
visita presso la famiglia di lei in un altro
villaggio.       L’interno della chiesa era
completamente intonacato di bianco e
spoglio, forse nell’idea che questo potesse
favorire la concentrazione nella preghiera.
L’unico effetto che produceva su L.M.*,
però, era quello di una distaccata
freddezza, incapace di comunicare calore,
accoglienza ed umanità. Solo le scure assi
del pavimento che, a forza d’essere
calpestate, mostravano le trame del legno,
testimoniavano la residua presenza di un
qualcosa di vivo. L.M* si era accomodato
nel proprio posto ed ascoltava il gemito del
vecchio pavimento sotto i passi delle donne
e degli uomini che,               lentamente,
occupavano i posti liberi nei banchi.
Passati alcuni momenti il rumore ebbe fine
e, nel silenzio generale, il pastore si mostrò
davanti al proprio gregge, pronto ad
iniziare la funzione domenicale.        Aveva
giusto preso fiato quando il silenzio,
 assieme alla monotonia pronta a ripetersi
come sempre, furono spezzati.               Il
pavimento tornò a scricchiolare sotto un
unico passo. Lei fece il suo ingresso,
fendendo la piccola navata e la comunità
come un elegante veliero sospinto da un
vento favorevole. Tutti volsero il capo e
L.M.* non fu da meno. La sconosciuta, di
bassa statura, camminava con passo
morbido ma deciso (dal piglio quasi
militare,    ebbe      a   pensare      L.M.*,
domandandosi da chi lo avesse ereditato)
Nonostante la statura, forse anche grazie
al collo alto e chiuso del proprio abito,
appariva slanciata, e drizzava la testa,
leggermente spinta in avanti, spandendo
la cascata de suoi riccioli rossi sopra una
corta mantellina verde.        I piedi, chiusi
negli stivaletti neri, proseguirono decisi la
propria strada sino alla prima fila di
banchi.

“Mi permettete, signore, di accomodarmi
vicino a voi? Tutti gli altri posti sono
occupati e certo un gentiluomo par vostro
non lascerà che una donna si senta a
disagio all’interno di una chiesa.”

Aveva pronunciato questa frase con una
“erre” arrotata, che, ammise lui, la
rendeva molto attraente. Non meno di
quel sorriso sottilmente ironico, sicuro di
sé e denso di segreti ma non meno di
 promesse, che non era mai sparito dal suo
viso. Abituato agli sguardi ed ai sorrisi
docili e remissivi delle altre donne della sua
vita L.M.* si ritrovò privo di difese e
trascorse tutta la funzione religiosa
nell’assoluta e fisicissima percezione della
presenza della donna accanto a lui.         Di
conseguenza fu con un naturale entusiasmo
che reagì al gesto con cui lei chiedeva di
porgerle il braccio per accompagnarla
fuori dalla chiesa.


All’esterno attendeva una carrozza, unico
segno distintivo un’arma con un leone
bianco in campo blu sulla portiera. Lo notò
quando la aprì per permettere alla dama di
salire. Lei si voltò e, fissandolo negli occhi:

“Siete stato molto gentile, signore, ad
occuparvi di una donna sola. Spero di non
avervi creato imbarazzo.”

Stava già, sia pure con esitazione, tentando
di risponderle ma la donna proseguì subito,
dandogli l’impressione di non aspettarsi
una risposta:

 “I veri gentiluomini come voi sono rari.
Magari ci rivedremo o forse no. Chi può
dirlo?”

Chiuse lo sportello e la carrozza partì, quasi
svanendo nella polvere sollevata dal suo
andare.
   L.M.* non fu il solo ad interrogarsi
sull’identità della donna. Tutto il villaggio,
spettatore di quella interruzione della
normalità cui era avvezzo, ne parlò e
chiacchierò per diversi giorni. Ma il tempo
fece sbiadire l’episodio sulle bocche e nelle
menti della gente, immergendolo nella
stessa polvere della carrozza che,
lasciando il villaggio, aveva concluso il
fatto. E fu dimenticato. Ma non da lui, che
frugò tutti i testi di araldica della grande
biblioteca, senza però trovare traccia di
quel leone in campo blu.


I mesi trascorsero. Tutti, compreso L.M.,*,
ripresero l’abitule percorso dei propri
giorni.    Intanto la natura attuava il
proprio immutabile corso. Il verde dei
campi e del bosco aveva ceduto il passo
all’oro ed al rosso dell’autunno, poi le foglie
erano cadute al suolo ed infine l’aria
fredda aveva recato con sé le prime deboli
nevicate, annunciando l’imminenza della
stagione invernale che avrebbe chiuso
l’anno con ll tempo del Natale.      Solo gli
incontri con la cerva non erano mutati.
Forse si erano fatti un poco più radi, ma
persistevano così come le emozioni che
 suscitavano.         E proseguirono anche le
ansie di quella sposa che, sempre di più,
non riusciva a dare un senso a quella
strana manìa di suo marito.       Quando la
misura fu colma e la pressione divenne così
intollerabile, tanto da farla temere per la
propria stessa salute, decise di sfogarsi.
Confidandosi        e domandando aiuto
all’unica persona che riteneva degna di
fiducia. Quel giorno, i passi la condussero
fino alla chiesa.


Il reverendo CK Sylvius Smith da molti anni
reggeva quella piccola parrocchia con
mano ferma ed intransigente. Con il
passare del tempo aveva deciso che le sue
mai realizzate aspirazioni di carriera
ecclesiastica potevano essere ben tradotte
nel classico principio che gli faceva
preferire essere il primo del villaggio
piuttosto che un medio esponente della
gerarchia. Uomo dedito ad interessi e studi
scientifici    piuttosto    che      teologici,
disprezzava quella gente che, a suo parere,
era ancora immersa nella barbarie di
credenze antiche.      In cuor suo, forse, non
era nemmeno così sicuro dell’esistenza di
Dio, ma sicuramente riponeva fede cieca
nella religione come strumento in grado di
arginare il caos ed il disordine che
continuamente premevano negli animi delle
sue pecorelle.
 Da spirito pratico non disdegnava le
pratiche mondane e, come molti altri
maschi del villaggio, andava a caccia,
traendo da quell’attività quel tanto di
sollecitazioni emotive che, per forma
mentis, gli sarebbero altrimenti mancate.


A metà di quella mattinata, fucile in spalla
ed una lepre nel carniere, rientrava da
una battuta. E fu con un lieve senso di
disappunto che si avvide della moglie di
L.M.* che lo attendeva presso la spessa
porta in legno della sacrestia. Fu, però,
questione di un istante e, in una frazione di
secondo, l’ attore consumato nato in lui da
anni di pratica, riprese il controllo e
sfoderò un cordiale sorriso.

“Buongiorno a voi, Signora. Avete bisogno
di me ?”

La donna rispose solo con un timido
chinare del capo, quasi dovesse ammettere
una colpa. Il religioso la precedette di un
passo e, frugando in tasca, estrasse la
chiave con cui aprì la porta, spalancandola
con la mano:
 “Vi prego di entrare e di accomodarvi.
Come potete vedere rientro ora dalla
caccia. Un solo momento e sarò a vostra
disposizione.”

La sposa entrò, sedendo, con una certa
rigidità, su una delle sedie davanti alla
scrivania al centro della stanza. Alte ante
scure,     sulla     parete      retrostante,
intervallavano, senza discontinuità mobili
più bassi che accoglievano libri sui loro
piani.


Il reverendo estrasse la lepre dal carniere e
la depose su di un piatto in argento che
stava su di un tavolo addossato all’altra
parete. La preda di quella mattina quasi si
adagiò come nel sonno, non fosse stato per
l’occhio vitreo ed una leggera scia di sangue
dalla bocca.         Sfilati, carniere e fucile
finirono, assieme alla mantella, penzolanti
da un attaccapanni nell’angolo della
stanza.

“ Allora, In cosa posso eservi utile?”

domandò l’uomo in nero.        La domanda
provocò, come una chiusa che viene
sollevata, un torrente di parole, lacrime ed
angosce che, per un tempo eccessivo erano
state represse.
 “Il fatto che mi narrate è assai insolito,
Signora, e, francamente, mi lascia
perplesso. Non nascondo che la religione
ammette che il Maligno possa fare il
proprio ingresso in persone così come in
alcuni animali allo scopo di porre in atto
le proprie opere. Io, però, pure da uomo
di fede, non sono così propenso a credere a
simili teorie. Piuttosto mi sembra che la
mente di vostro marito abbia iniziato a
percorrere      strani    sentieri,   forse
smarrendosi da se stessa.      Vi prometto
che ci penserò e che la cosa troverà una
soluzione.”

Si alzò per congedarla e si diresse verso
l’attaccapanni, da cui sfilò il fucile che
andò a riporre in una delle grandi ante, di
fianco ai paramenti sacri.      Mentre la
donna si avviava alla soglia riprese il
discorso:

“Alcuni testi antichi sostengono, nel caso di
animali posseduti, che una volta uccisa la
bestia lo spirito sia costretto ad
andarsene…. Ribadisco di non credere
molto a tutto ciò ma, in ogni caso, morto
l’animale, non vi sarà più la causa del
disturbo di vostro marito. Abbiate fiducia
in me. Buona giornata.”
 Era il giorno di Santo Stefano e LM* sentì
qualcosa. Non all’esterno, ma dentro di sé.
Come un brivido, una scarica di energia,
simile alla pelle d’oca che si accompagna ad
una forte emozione. Come quando
assaggiava una senape troppo forte e un
brivido fortissimo e bruciante gli partiva
dal palato, tra bocca e naso, risalendo
quest’ultimo fino a scaricarsi poco sopra la
fronte. Soltanto questa scarica partiva dai
reni e saliva velocemente lungo la colonna
vertebrale sino al capo.       Capì allora che
si trattava di un richiamo. Una voce
ancestrale, in questo modo, pronunciava il
suo nome, chiamandolo a sé. Sapeva da
chi arrivava. E comprese. Il cuore che
aumentava i suoi battiti, all’apparenza
spostatosi in gola, lo stomaco chiuso, non
sapendo neppure se tutto ciò era la
rievocazione di una sensazione provata
nella lontana giovinezza oppure la
premonizione di un qualcosa di tragico ed
imminente, calzò gli stivali e, avvoltosi nel
pesante mantello, varcò la porta ed uscì
all’esterno. I passi violarono il leggero
manto nevoso, scrivendo velocemente le
righe parallele di un accadimento che era
là, nel bosco, ad attenderlo. Si disse che,
forse, si sarebbe dannato l’anima ma, nel
profondo , sentiva benissimo che non
poteva essere vero. Perché l’amore non è
mai una colpa, non è mai uno sbaglio.
L’unica certezza, nel lago ormai non più
quieto del suo animo, era che ci sarebbe
stato un prezzo da pagare.            Sostò un
 istante, appesantito e trattenuto da questo
pensiero. Poi riprese la sua strada.

Nel silenzio più assoluto lo sfrigolìo dei
suoi stivali nella neve fresca era l’unico
rumore      che     rammentava l’assoluta
realtà del momento, altrimenti vissuto, da
parte sua, in uno stato di confine e
trasognamento, tra timore e felicità, tra
ansia e lucida eccitazione.     Quando fu
presso il limitare del bosco tornò a
fermarsi, in attesa. Vigile con tutti i suoi
sensi,    dopo pochi attimi percepì il
frusciare del sottobosco. Ora sapeva che
sarebbe arrivata, come sempre. Ma
altrettanto chiaramente sapeva che, questa
volta, sarebbe stato tutto diverso.
Attese ancora, senza voltarsi ma
pienamente presente,        immerso nella
percezione di qualcosa che avveniva dietro,
o dentro, di lui. Tutto stava mutando. Il
morbido dilagare di un chiarore lunare,
inspiegabilmente unito ad un incongruo
tepore, avvolgeva il luogo, divenuto verde
d’erba e di fiori, come al di sotto di una
grande tenda che spingeva fuori il mondo
esterno. O forse era proprio quel mondo
quotidiano ad essere isolato dalla realtà
che, più che mai, sembrava essere quella
che stava vivendo.
 Si voltò, senza timore di sorta, verso di Lei,
che, senza un suono, lo aveva chiamato.
Avvolta in un mantello nero decorato a
foglie dorate gli sorrideva di un sorriso
enigmatico, forte e dolcissimo.

“Ti riconosco”

disse. Era la stessa voce dalla erre arrotata
che aveva già udito una volta in chiesa. La
stessa voce, lo stesso aspetto, fatto di chiari
occhi solari, incorniciati da piccolissime
rughe, sotto una massa di riccioli color
ruggine, della medesima tonalità di fulvo
che ben conosceva. La stessa persona, ma
trasfigurata. Che si mostrava nella sua
presenza reale o, perlomeno, in quella
forma che lui poteva comprendere e
sopportare alla vista. E quelle due parole,
comprese, non facevano certo riferimento
alla memoria del suo aspetto, ma erano il
sigillo del disvelamento totale della sua
anima presso l’anima femminile che lo
guardava con occhi e sensi non fisici.
Conoscendolo ed accettandolo. Così come
era. Così come nessuna altra lo aveva
voluto conoscere prima d’ora. Mosse un
passo, poi un altro e la fronteggiò,
fendendo l’aria carica di tensione e
dolcemente quieta al tempo stesso.

Allungò una mano a carezzarle il viso. Gli
occhi di lei si chiusero un istante, un battito
del cuore, per tornare ad aprirsi con un
 guizzo selvatico che quasi ne mutava il
colore.

“Ti aspettavo. Vieni”

Le parole ebbero fine. Lei aprì il manto
come due ali, rivelando il corpo nudo, di un
inusuale candore. Le ali si richiusero a
proteggere l’abbraccio, mentre le labbra si
accostavano. Per un attimo le bocche
ristettero, vicinissime, e si respirarono
l’uno con l’altra, mentre il confine tra i loro
due esseri iniziava a dissolversi . E non
esisteva già più distinzione tra le loro due
essenze. Per lui quell’istante sarebbe
restato come un nocciolo profondo, una
pietra preziosa incastonata nel ricordo e
nell’anima. Nulla avrebbe mai superato
tutto ciò Le bocche si unirono e scoperse
di udire tutti i remoti movimenti della
natura      circostante,     dall’erba     che,
sottoterra, iniziava a spingere per
conquistare il sole primaverile che sarebbe
arrivato, al battito del cuore dell’orso in
letargo addormentato in un remoto
recesso in fondo alla foresta. Il desiderio
si manifestò con tutta la sua urgenza e lei
gli si strinse addosso, inarcando la
schiena. Si adagiarono sul terreno ed i
mantelli furono il loro giaciglio. Lei gli si
aprì, accogliendolo, ed iniziò l’antica danza
del mondo,           in cui si presero
reciprocamente in modo così intenso e
 profondo da sembrare una preghiera
rivolta ad un Dio che, finalmente, non era
più un dio geloso. La goccia del tempo
restava appesa senza decidersi a cadere e,
dopo la passione, furono solo sguardi e
abbraccio.      Ma la goccia era destinata a
cadere, prima o poi, e lo fece, spezzando
l’attimo eterno in cui erano avvolti.

Passi per nulla attenti stavano tagliando la
neve, riducendola in poltiglia e avvisavano
dell’arrivo di più persone. La luce irreale
scomparve cedendo il passo all’inverno e,
dietro di lui c’era nuovamente la cerva, che
però pareva non volersene andare. In un
attimo sbucò la lunga e scura sagoma del
pastore, che precedeva un piccolo gruppo di
contadini armati di forche e bastoni:

“Eccoti dunque qui, sciagurato ! Mi tocca
scoprire che i miei dubbi erano fondati.”

Il religioso portava a tracolla un fucile e la
minaccia era evidente.


“Io non so, uomo, quale strana infatuazione
ti abbia condotto sino a questo punto. Ma
so anche che il demonio, così come entra in
corpi umani, per i suoi turpi scopi utilizza
anche gli animali. Per fortuna le tue
bizzarrìe erano state notate, ma di esse non
hai colpa, se non quella della debolezza.
Dalla quale adesso ti posso liberare.”

Sfilò il fucile dalla spalla:
 “Se uno spirito occupa il corpo di questo
animale non servono esorcismi. Basta
uccidere il corpo e lo spirito fuggirà. E
tutto tornerà in pace. Nel nome del
Signore”.

Lui percepì lo scalpiccio nervoso
dell’animale. Si girò, sbracciandosi per
farla fuggire, ma senza effetto. La cerva
fissava l’uomo in nero con uno sguardo che
sembrava quasi di pietà.


Fece un ultimo tentativo.:

“ Vai, salvati!”

L’ostinazione      dell’ungulato       era
inspiegabile. L’uomo di Dio esitò sotto il
muto messaggio di quegli occhi, quasi
iniziando a dubitare. Ben presto, però, si
scosse di dosso quella sensazione
passeggera     e     imbracciò     l’arma
puntandola:

“Ora basta. Facciamola finita.”

Al rumore metallico del cane che veniva
armato L.M.* si frappose tra quei due
mondi incompatibili.

“Non te lo lascerò fare.”
 “Scostati, uomo, nel nome del Signore.”

fu la replica, mentre il dito sfiorava il
grilletto.      Accadde tutto in un istante:
L.M. *, con un gesto tanto violento quanto e
improvviso, abbassò la canna dell’arma.
Una vampata di caldo, il rumore ed un
dolore lancinante al piede. Poi il buio.
La cerva, intanto, era scomparsa nel bosco.

L’inverno passò, consumando il proprio
freddo. La solitudine fu, per L.M.*, il
marchio di quella stagione, quasi in
accordo con il paesaggio. Solitudine che si
era fatta più intensa. Dell’accaduto, di cui
tutti sapevano, sembrava non essere
rimasta traccia alcuna nel villaggio. In una
sorta di rimozione collettiva di ciò che si
disapprovava e non si comprendeva,
nessuno, nel villaggio, ne parlò mai più. Al
punto che lui stesso, durante la
convalescenza, arrivò ad avere dei dubbi se
ciò che aveva vissuto fosse stato reale o se si
trattasse di un inganno della propria
mente. Scrutava sempre dalle finestre in
cerca di un segno che non arrivava.


Comunque, l’inverno ebbe termine ed il
piede, guarì. Non perfettamente, perché
certe ferite lasciano il segno di dentro e di
fuori, ma guarì. Solo ad inizio primavera
tornò a scorgere la ben nota macchia di
colore al limitare del bosco. E non era sola.
 Le macchie erano due, perché la Cerva era
accompagnata da un cucciolo che,
inspiegabilmente, percepì come una
femmina.       Si domandò, allora quale
significato rivestisse tutta la vicenda. E
pensò che forse era stato usato. Uno spirito
(una divinità?) aveva voluto perpetuarsi
nel tempo ed aveva scelto e attirato lui per
raggiungere quello scopo. In fondo aveva
sempre saputo che non poteva esserci altro
che quello, che un umano ed uno spirito
non potevano certo fuggire assieme e
metter su casa. Ma, ne era certo, era stato
Amore.

Questa storia mi è stata raccontata una
sera al tavolo di un pub da uno
sconosciuto. Non saprei dirvi se si tratti di
una vicenda vera o del parto di una mente
annebbiata. Comunque, consapevole che i
confini dell’esistenza e della realtà sono più
labili di quanto si pensi, non mi pronuncio
in merito. Certo che il tipo strano era
strano. Alla fine insistette per essere lui ad
offrirmi la birra che avevo bevuto, anche
se non sembrava poterselo permettere più
di tanto. Disse di dovermi ringraziare per
aver ascoltato quella storia. Dopo aver
pagato uscì e fu inghiottito dalla strada.
Solo allora notai che zoppicava.
 Nella tradizione giapponese esiste un’arte
della riparazione mediante l’utilizzo dell’oro
nelle fratture. Questo perché si evidenziano
le cicatrici, esaltandole, nell’idea che
facciano parte della storia dell’oggetto.
Credo che tutto ciò possa valere anche per le
cicatrici del cuore umano, ricostruito dopo
che si è spezzato.

Quest’arte, in    giapponese,    si   chiama
“KINTSUGI”.
 

Il confine del bosco (blue dream) testo di Autore anonimo
0